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Le difficoltà della previdenza sociale e le alternative a disposizione degli italiani

Le difficoltà della previdenza sociale e le alternative a disposizione degli italiani
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Con il nuovo governo “del cambiamento” e con l’ascesa di Movimento Cinque Stelle e Lega, si torna a parlare anche di riforma delle pensioni pubbliche. La richiesta arriva direttamente dai lavoratori, che chiedono una radicale modifica delle norme in vigore e di cui si sono presi carico i politici durante la lunga campagna elettorale. L’obiettivo resta quello di cercare di abbassare la soglia d’età pensionabile e di alzare i minimi delle pensioni. Il contratto di governo redatto e poi firmato dalle parti andava nella direzione dell’abolizione della legge Fornero con lo stanziamento di 5 miliardi di euro che potessero favorire l’uscita dal mercato del lavoro a tutte quelle categorie che, pur svolgendo mansioni usuranti, non potevano ancora raggiungere la pensione attraverso l’APE, puntando al contempo a prolungare le agevolazioni riguardanti le lavoratrici con 35 anni di contributi e 57/58 anni d’età.

Lo scetticismo attorno a queste misure previdenziali è alto, come sottolinea l’ex presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano: «Si tratta di obiettivi condivisibili, ma le coperture finanziarie utili a raggiungere questi scopi non c’erano e non ci sono. Se Ragioneria e Inps ripropongono gli stessi conti che ci hanno presentato nel passato, la distanza è di 1 a 10. Tutta la Commissione Lavoro della Camera, unitariamente, sostenne la proposta, ma i costi elevati non consentirono di arrivare – se non parzialmente con l’Ape – al traguardo».

Detto delle difficoltà nel raggiungimento di tali obiettivi, restano ancora tante perplessità in merito alle garanzie da estendere ai giovani, che non riescono a versare contributi per anni, hanno difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro e, di conseguenza, difficilmente riescono a contribuire al sistema sinallagmatico. In poche parole, le nuove generazioni rischiano di dover ottenere la pensione calcolando solo i contributi versati, con il rischio tangibile di sfiorare l’assegno minimo. In questo scenario ai lavoratori non resta che provare la via della previdenza complementare e di quella integrativa.

Va sottolineato che in Italia la previdenza complementare ha avuto una partenza complicata e non è riuscita tuttora a raggiungere la platea minima ottimale. I numeri parlano di 8 milioni di aderenti, pari al 27% dell’intero universo lavorativo italiano []. A contribuire alla scarsa adesione ci hanno pensato le elevate rendite pensionistiche degli scorsi anni, la presenza del solo TFR e la paura che l’investimento dello stesso Trattamento di Fine Rapporto potesse essere rivalutato negativamente.

Dal 2005, però, il decreto 252 ha dato il via libera alle adesioni nei fondi complementari di vario genere e l’abbassamento delle rendite pensionistiche ha accelerato il processo di sottoscrizione. Sale quindi in maniera costante il numero di italiani che sottoscrivono fondi negoziali di categoria, fondi aperti, prodotti assicurativi e i cosiddetti piani individuali pensionistici, quei PIP che ricordano da vicino i PEPP presenti in tutta Europa.

Appartengono alla prima categoria i fondi chiusi, istituiti al termine di una contrattazione collettiva e che riguardano determinate categorie di lavoratori all’interno di aziende, di categorie o limitati al territorio. I fondi chiusi sono a disposizione di dipendenti pubblici o privati, ma anche dei lavoratori autonomi, purché per essi sussista un fondo di riferimento. Accanto ad essi i fondi pensione aperti, che possono essere sottoscritti da tutti i lavoratori, indipendentemente dalla classe lavorativa d’appartenenza e sono maggiormente flessibili.

Più conosciute sono invece le forme assicurative, mentre sale in Italia il consenso di prodotti come i Piani Individuali Pensionistici. Si tratta infatti degli strumenti più flessibili in assoluto, fruibili anche da chi può investire solo pochi euro al mese e che fanno convogliare l’investimento in Fondi o in portafogli a ETF che si rivalutano nel tempo sia per l’aumento di capitale mensile che per gli interessi maturati sulle somme pregresse. La grande flessibilità e la deducibilità fiscale hanno consentito di allargare la base di coloro che hanno investito in PIP, che sono diventati un valido strumento per integrare la pensione sociale e per garantire ai lavoratori italiani un futuro più roseo.

Fonte blog.moneyfarm.comfinanza.com

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